ortoterapia ovvero dedicarsi all'orto per stare meglio

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Ortoterapia: quando le piante ci salvano

Nella primavera dello scorso anno sono stati alcuni milioni gli Italiani che si sono rifugiati nel giardinaggio.
Diciamolo, una delle poche cose belle consentite durante il lockdown.
Fra essi molti si sono dedicati per la prima volta alla realizzazione di un orto, in piena terra o sul balcone. E senza saperlo hanno giovato di quella che viene chiamata ortoterapia.

Acquistare e seguire piante da fiore è sicuramente gratificante: il nostro lato edonistico ne esce appagato.
Ma coltivare un orto è un’altra cosa: l’obiettivo nell’ortoterapia non è più (solo) la bellezza, bensì gli ortaggi da portare in tavola, nella certezza di conoscerne tutto il ciclo produttivo, e quindi di sapere che cosa metteremo in bocca. 

Per questo, fare l’orticoltore è quasi un’arte: la piantina da fiore che ci muore dopo un mese può essere sostituita da un’altra in corso d’opera, magari più bella, ma la pianta di pomodoro che deperisce e si secca non ci concede un “secondo tempo”. Semplicemente, non avremo pomodori da portare in tavola.

Fare l’orto è una cosa seria

Seguire l’insalata, i porri o le zucchine richiede continuità.
Infatti l’orto deve essere affidato all’irrigazione automatica quando siamo in vacanza.
Richiede osservazione: bisogna scorgere i segnali di possibile sofferenza delle orticole per intervenire prontamente. L’ortoterapia inoltre richiede concentrazione: la scerbatura (eliminazione delle piante infestanti a mano), la sfemminellatura (rimozione dei getti ascellari nel pomodoro), la cimatura (per zucca e anguria), la legatura dei tralci, e tante altre operazioni manuali si compiono in automatico, ma con una metà del cervello ben connessa per agire presto e bene.
Richiede intelligenza: capire quando una varietà rende poco nel nostro terreno, quando proteggere la coltura dagli eventi meteorologici, quando raccogliere i prodotti, quando eventualmente trattare le piante per difenderle da parassiti e malattie.
Sono tutte pratiche che hanno un preciso momento e non un altro.

Ortoterapia del piacere

Ecco perché chi coltiva un orto familiare lo fa con grande piacere, con una ritualità che si trasforma quasi in un rapporto d’amore, e mancare una giornata diventa un dispiacere.
Perché entrare nell’orto, camminare fra radicchi e peperoni, controllare sedani e cetrioli, raccogliere finocchi o rape, azzera i pensieri e le preoccupazioni quotidiane. Sgombra la mente, che per quelle 2-3 ore giornaliere si riposa dalle angosce e si concentra sull’azione manuale, ripetitiva e rilassante, vero balsamo antistress

Socializzare nell’orto

Se si coltiva un orto comunale o urbano, facilmente si incontreranno i propri vicini di appezzamento, con i quali si scambieranno quattro chiacchiere sulle tecniche di coltivazione, all’inizio, e poi magari sulla propria vita quotidiana, e magari con alcuni si diventerà amici di coltivazione e poi – forse – anche di vita.
Socializzare regala un sorriso anche nelle giornate meno felici, condividere gli esiti dell’orto fa sentire realizzati anche i principianti.

Autostima a mille

E man mano che il cestino si riempie di ortaggi, con l’avanzare della stagione, l’orto ha anche il potere di ringalluzzire la nostra autostima!
Non è da tutti portare in tavola verdure autoprodotte, né conoscere perfettamente tutta la storia di quel che mangiamo, né avere la certezza che non contenga prodotti chimici di sintesi (se coltiviamo biologico).

Chi ha scoperto questo piccolo, grande segreto dell’orto, che diventa ortoterapia, non smetterà più di coltivare verdure.

FONTE AICG

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